Omofobia e minority stress

Il termine omofobia significa paura delle persone dello stesso sesso e si riferisce ai pensieri e vissuti negativi nei confronti delle persone omosessuali, bisessuali e transessuali.

L’omofobia non può però essere considerata una di una fobia vera e propria, in quanto una fobia comporta la consapevolezza del soggetto fobico che la paura è eccessiva e irrazionale, e desidera liberarsene. Tutto ciò non avviene nell’omofobo, il quale ritiene normale la sua avversione nei confronti degli omosessuali, il suo funzionamento sociale non è compromesso e non prova disagio per la sua fobia, né desidera liberarsene. Il comportamento di evitamento dell’oggetto, pure caratteristico del fobico, nell’omofobo coesiste con atteggiamenti di avversione attiva o aggressività.

Non si tratterebbe, quindi, solo di un atteggiamento individuale, ma di un pregiudizio che affonda le radici in un sistema ideologico che rifiuta, disprezza, odia chi non ha un orientamento eterosessuale, cioè è un “diverso”.

 In generale, l’idea su cui si basa l’omofobia è che l’eterosessualità sia l’unica forma di sessualità e l’unica forma di sessualità sana esistente. Come in tutte le società organizzate, tutto ciò che è normale, nel senso di frequente, è considerato giusto, e ogni comportamento che non lo sia, è considerato deviante e inaccettabile. Basti pensare che è solo dal 1993 che l’Organizzazione mondiale della sanità ha eliminato l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

 L’Unione europea ha assimilato l’omofobia al razzismo, alla xenofobia, all’antisemitismo e al sessismo.

I pregiudizi nei confronti degli omosessuali si sviluppano  sin dall’infanzia, dato che i bambini crescono in ambienti, famiglia, scuola, che considerano l’omosessualità qualcosa di cui non parlare o un argomento su cui fare battute di spirito. Da adulti tendono a considerare l’omosessualità qualcosa che non è associato ad una persona, ma uno stereotipo dai significati negativi, secondo il quale gli omosessuali sono persone amorali, o affette da una patologia, o immature, o pericolose. Inoltre, poiché molti ritengono che l’omosessualità sia una scelta, il valore della persona viene notevolmente sminuito.

La paura di essere identificati come omosessuali può indurre ad assumere atteggiamenti omofobici, come se così si facesse capire quanto si è distanti da questa categoria.

Secondo gli autori che tendono a spiegare l’omofobia in termini di dinamiche intrapsichiche, l’omofobico sarebbe una persona che ha rimosso la propria omosessualità. Il meccanismo di difesa usato è la formazione reattiva, attraverso la quale pensieri e desideri inaccettabili vengono trasformati in qualcosa di diametralmente opposto. Alcuni esperimenti hanno confermato questa teoria.

L’omofobia appare più accentuata fra le persone anziane, in ambienti religiosi più integralisti e, in generale, nei contesti più arretrati culturalmente ed economicamente.

Nello sviluppo dell’omofobia sono importanti i messaggi che la famiglia, i media, ecc. trasmettono fin da quando si è bambini, facendo sì che, fin da piccoli, si acquisiscano convinzioni circa l’omosessualità come qualcosa di negativo, prima ancora di aver avuto alcuna conoscenza con persone gay.

La conoscenza della realtà omosessuale svolge invece una funzione positiva: uno dei modi per contrastare l’omofobia sembra essere proprio conoscere, frequentare persone omosessuali. In particolare conoscere la loro vita, e soprattutto la loro dimensione affettiva: la negazione dell’esistenza della loro affettività è infatti un modo per negare l’esistenza stessa degli omosessuali.

Il Minority  stress

Minority stress è definito il disagio psicologico che vivono le minoranze a causa dei meccanismi di emarginazione, discriminazione e, in generale, di tutti gli atteggiamenti negativi che vengono adottati nei loro confronti.

Da varie ricerche emerge che il pregiudizio e la discriminazione sono fattori misurabili e rilevanti di stress e, in particolare, che lo sviluppo psicologico di molte persone omosessuali viene segnato da uno stress continuativo, conseguenza di ambienti ostili o indifferenti, episodi di stigmatizzazione, casi di violenza.

Da altri studi emerge che, se confrontati con persone eterosessuali, gli omosessuali vivono più frequentemente episodi di aggressioni o eventi traumatici, tanto che i casi di Disturbo Post-Traumatico da Stress sono molto più frequenti fra gli omosessuali. Inoltre l’incidenza di casi di disturbi psichici e alcolismo sarebbe più frequente nei Paesi più ostili nei confronti dell’omosessualità e dove non esistono leggi di tutela.

In Italia gli episodi di violenza sono aumentati e, rispetto altre forme di razzismo e discriminazione, l’omofobia sembra maggiormente accettata. Inoltre, le persone omosessuali spesso non possono contare sull’appoggio della famiglia che, anzi, può essere ulteriore di disagio e stress. Spesso le violenze omofobiche avvengono in contesti  socioculturali indifferenti o collusivi.

Il minority stress si compone di tre dimensioni:

  • Esperienze vissute di discriminazione e violenza
  • Stigma percepito
  • Omofobia interiorizzata

Lo stigma percepito è il livello di vigilanza relativo alla paura di essere identificati come gay e lesbiche, perciò quanto più è elevata la percezione del rifiuto sociale, tanto più elevato sarà lo stato di allerta nei confronti dell’ambiente. Elevati livelli di stigma sociale percepito possono portare a stati cronici di stress, a collegare ogni evento all’essere stato percepito come omosessuale, e a vivere con la costante preoccupazione di non dire di esserlo, non farsi identificare come tale, e di cosa accadrebbe in caso di coming out, quali sarebbero le reazioni dell’ambiente, come la famiglia o il posto di lavoro.

L’omofobia interiorizzata è costituita dai sentimenti e dagli atteggiamenti negativi che la persona può provare, anche inconsapevolmente, nei confronti della propria omosessualità: scarsa accettazione e stima di sé, fino all’odio e all’autodisprezzo. A questi possono aggiungersi sentimenti di incertezza, inferiorità e vergogna, la difficoltà  a comunicare agli altri il proprio orientamento, la convinzione di essere rifiutati e l’identificazione con stereotipi denigratori.

 

 

Bibliografia

Lingiardi e Nardelli, in “Linee guida per la consulenza per la consulenza e la psicoterapia con persone lesbiche, gay, bisessuali, 2014”

Lingiardi V. (2016) “Citizen gay”

 

 

 

 

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